Dott. Giuseppe Venezia

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"L'Infinito" di G. Leopardi

L’anima e la parola leopardiane sono incise per sempre nella memoria e nella fantasia; e se la malinconia ne costituisce un motivo tematico essenziale che si ritrova nell’alta riflessione critica e filosofica delle lettere e dello “Zibaldone”, direi che anche un’emozione diversa, quella dell’ansia, si coglie in alcune poesie e rivive in noi. Una delle poesie più insondabili e splendenti “L’infinito” non esprime forse il senso di una stupefazione incrinata in Giacomo Leopardi di un’angoscia esistenziale?

Sempre caro mi fu quest’ermo colle,

E questa siepe, che da tanta parte

Dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.

Ma sedendo e mirando, interminati

Spazi, e profondissima quiete

Io nel pensier mi fingo; ove per poco

Il cor non si spaura. E come il vento

Odo stormir tra queste piante, io quello

Infinito silenzio a questa voce

Vo comparando: e mi sovvien l’eterno,

E le morte stagioni, e la presente

E viva, e il suon di lei. Così tra questa

Immensità s’annega il pensier mio:

E il naufragar m’è dolce in questo mare.

La linea tematica di un’angoscia esistenziale sembra riemergere con assoluta modernità in questi versi incomparabili e abbaglianti, musicali e trasfigurati in una lacerante contemplazione. Il discorso leopardiano si svolge nel contesto di immagini dolci e strazianti che rispecchiano il pensiero dello scorrere e del maturare delle cose, del vivere e del morire, del silenzio e della parola (della voce) del vento. Ma ogni espressione lirica sembra sfiorata, e sigillata, dalla linea vibrante e misteriosa della paura e dell’angoscia. Questi spazi interminati non possono non accompagnarsi, del resto, allo smarrimento e allo sgomento lacerante del cuore: che l’emozione lirica di Leopardi trasfigura nel suo linguaggio fatto di trasparenze abbaglianti e di musicali assonanze, talora mozartiane. Il tempo e lo spazio, il tempo e lo spazio del cuore, sono in ogni caso le categorie metafisiche che tolgono alla poesia ogni terrestrità e fanno di essa una vertiginosa contemplazione della vita e della morte.

Tratto da: Eugenio Borgna (1998), “Le figure dell’ansia”, Feltrinelli, Milano.